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Rossato, d.s. della Trevigiani, chiarisce come sono andate le cose in Brasile: “La vera discriminazione è stata contro di noi. Siamo noi a mettere una croce su quella corsa” “Quanto è accaduto al Tour do Rio può avere a che fare con il nervosimo ma non certo con il razzismo. Marco Coledan ha sbagliato e noi abbiamo preso i nostri provvedimenti d’accordo con l’organizzazione, fermandolo ad una tappa dalla fine. Ma adesso si deve sapere esattamente quali sono state le mie dichiarazioni e a quali discriminazioni siamo stati sottoposti noi in Brasile…” Mirko Rossato respinge nel modo più reciso qualsiasi accusa di razzismo. E presenta la sua versione dei fatti: “Razzista io? Chi sta dicendo questo forse non sa che ho voluto nella squadra attuale un corridore albanese, un rumeno e un ceko, che ho avuto vari ragazzi sudamericani e che nel 2004 ho ospitato a casa mia per vari mesi un giovane ciclista eritreo – attacca il d.s. della Trevigiani Dynamon Bottoli -. L’episodio in questione ha dei contorni molto meno gravi di quanto è stato fatto apparire, e non lo dico, come è stato riportato, perché consideri normale dare del “negro” ad un ragazzo di colore. Renato Santos e Coledan hanno avuto uno screzio durante la competizione, il ragazzo brasiliano ha tirato una borraccia addosso al nostro corridore e gli ha dato del ‘figlio di puttana’, ricambiato con l’epiteto di cui sappiamo. Precisato questo – prosegue Rossato -, dev’essere chiaro che io non ho in alcun modo giustificato l’atteggiamento di Coledan. Ho semplicemente sostenuto che il nervosismo in gara gioca brutti scherzi. Questi episodi sono sempre avvenuti durante le corse e non bisogna caricare ciò che è accaduto di chissà quali significati o pregiudizi, né da una parte né dall’altra”. “Oltre a questo, ci sono vari altri aspetti della questione da chiarire – afferma Mirko Rossato -. Innanzitutto la decisione di fermare Coledan all’ultima tappa non l’abbiamo subita, ma presa concordemente con la giuria e l’organizzazione: per Coledan sarebbe servito sicuramente da lezione. Per quanto riguarda l’interdizione che il nostro team avrebbe subito dal Tour do Rio, le cose stanno diversamente: siamo noi che abbiamo messo una croce su questa corsa. Io di gare a tappe in giro per il mondo ne ho fatte molte, ma non avevo mai assistito a tanta ostilità e scorrettezza. Dato che noi avevamo vinto l’edizione dell’anno scorso con Alberio, siamo stati sottoposti ad una guerra senza regole dal primo all’ultimo giorno. E non mi riferisco solo alle coalizioni in gara contro di noi, che possono far parte del gioco. Siamo stati ostacolati in tutti i modi. Se uno dei nostri forava, le auto lo bloccavano in modo che non rientrasse, anche a rischio della sua incolumità; se succedeva ad un altro corridore le auto lo trascinavano in coda al gruppo. E questo è solo un esempio. Tutto ciò ha fatto sì che la tensione crescesse man mano che passavano i giorni. Lo stesso trattamento è stato riservato ad un’altra squadra italiana, la Firenze Petroli. Detto questo – conclude Rossato – io sono il primo a condannare la reazione eccessiva avuta da Marco Coledan, purchè si sappia come sono andate veramente le cose e non si faccia una caccia alle streghe che non ha alcun motivo di esistere”. La risonanza acquisita da questa vicenda ha sorpreso anche il corridore trevigiano che ne è stato co-protagonista: “Eravamo tutti nervosi, ma forse Santos lo era più di me: dopo che ci siamo toccati per errore se l’è presa con mia madre e mi ha tirato una borraccia addosso. A quel punto l’ho offeso anch’io – racconta Marco Coledan -. A mente fredda mi spiace di avere avuto quella reazione, ma vi assicuro che non sono uno che nella vita va in giro ad offendere le persone di colore. Nelle gare succede che voli qualche parola di troppo, poi però si pensa a pedalare e ognuno va per la sua strada. Per me è stato esattamente così: per quel che mi riguarda quello screzio era terminato lì”.
Ufficio Stampa: eros maccioni
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