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20-01-2013
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COMMENTI E RIFLESSIONI A SEGUITO DELL'ASSEMBLEA ELETTIVA DI LEVICO TERME

20/01/2013
A una settimana dall’Assemblea di Levico Terme, smaltite le tensioni del confronto elettorale e con la mente più distesa, posso apprezzare meglio l’attestato di fiducia ricevuto dalla grande maggioranza dei delegati.
Non è stato facile. Per la prima volta nella storia della FCI, forse di tutte le Federazioni Sportive, erano in corsa per la presidenza sei candidati. Fatto ancora più straordinario, cinque non correvano per vincere, ma per farmi perdere sottraendo ciascuno un pacchetto di voti dal totale. Se il tentativo fosse riuscito sarebbe stata la vittoria di Pirro e la disfatta sicura del ciclismo italiano, consegnato alla guida di un’aggregazione eterogenea, il cui esponente più rappresentativo, lo si è visto al conteggio finale, non superava il 16% dei consensi.
I miei contendenti non sono riusciti neppure a trovare l’accordo prima dell’Assemblea su un programma, una squadra e un nome condivisi in modo da presentare un’alternativa credibile. Sono andati avanti in ordine sparso, uniti solo dall’obiettivo di non farmi raggiungere il quorum. Un bel salto nel buio senza prospettive!
Con tutto il rispetto, penso che il loro vero merito sia avere esaltato contro le proprie intenzioni la maturità del ciclismo italiano.
Per raggiungere lo scopo non ci sono andati leggeri. In questo periodo sono stato sottoposto a un fuoco concentrato senza limiti e senza precedenti pur di screditarmi. Hanno tentato di lucrare sul malumore suscitato in certe regioni da alcune scelte, anche un po’ drastiche, ma prese in situazioni di emergenza economica ed etica. Per esempio le norme sull’attività giovanile.
Il Consiglio Federale uscente ne ha preso atto e le ha modificate pur mantenendo la sostanza che pochi ancora contestano: il contrasto all’agonismo precoce ed esasperato, la pluralità dell’offerta “didattica”, la realizzazione delle scuole di avviamento presso i ciclodromi e circuiti protetti, il coinvolgimento delle società nella formazione dei vivai, fino all’aumento dei controlli e dei profili biomedici nelle categorie allievi e juniores.
Le critiche hanno evidenziato in alcune realtà regionali problemi oggettivi riguardo alle domeniche di attività alternativa e resistenze di carattere, diciamo “psicologico”, riguardo al divieto di premiazioni individuali dei giovanissimi. Abbiamo perciò deciso di dare ampia autonomia ai Comitati nell’applicazione pratica di questi indirizzi in relazione alla realtà variegata del nostro territorio.
Chi pensava di fare uso strumentale di questo disagio è stato disarmato prima del voto. Perché l’accusa che non ascoltiamo la base è infondata. Siamo ormai usciti dalla fase più acuta dell’emergenza e abbiamo avviato la fase di una maggiore responsabilizzazione dei Comitati e delle Società.
Con lo stesso spirito pragmatico ho riesaminato subito dopo l’Assemblea la questione della eleggibilità degli atleti nelle squadre azzurre. Chi pensa che certe decisioni fossero state prese a cuor leggero mi conosce poco. So bene che molti atleti colti in fallo in passato sono bravi ragazzi, dotati e capaci di grossi sacrifici, ma tentati e deviati da un sistema malato. So distinguere anche la diversità dei casi. Un terreno inquinato non dà buoni frutti. Come abbiamo risanato i conti, dobbiamo bonificare l’ambiente dove crescono e maturano i nostri giovani se vogliamo restituire credibilità e garantire un futuro al ciclismo.
La decisione di azzerare le situazioni pregresse, antecedenti la svolta di risanamento e culturale, per ripartire dal 12 gennaio 2013, è un’apertura di credito. Sia ben chiaro che a partire da questa data non ci saranno più giustificazioni. I comportamenti etici saranno decisivi per l’assegnazione della maglia azzurra. Proprio gli atleti che hanno pagato il conto con la giustizia potranno dare un grande contributo alla bonifica utilizzando l’esperienza vissuta sulla propria pelle per informare e tenere lontani i giovani dalle tentazioni.
Lontana da me l’idea di riattizzare polemiche sterili. Al contrario, sono tornato su questi punti con la speranza di indurre qualcuno, irriducibile anche davanti all’evidenza, a smettere di evocare brogli e tradimenti, di offendere chi non la pensa come lui, di auto vantare la propria bravura e lungimiranza. Nello sport bisogna saper perdere e il modo migliore per andare avanti è riconoscere i propri errori e limiti prima di cercare quelli degli altri.

Cordialmente,
Renato Di Rocco - Presidente FCI
 

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